Gli attacchi dei ribelli Houthi ha posto al centro di un focolaio di intensa tensione in Medio Oriente la delicata zona del Mar Rosso, che collega i tre spazi di Africa, India e Medio Oriente. Da diversi anni infatti si registrano crisi dalle molteplici sfaccettature, nei confronti delle quali le tre potenze regionali non arabe (Iran, Turchia ed Etiopia) hanno compiuto sforzi intensi negli ultimi anni per ottenere l’accesso al cuore di questo spazio geopolitico cruciale.
Se la politica iraniana si è concentrata sul sostegno al movimento radicale Houthi per controllare le vitali barriere marittime dello Yemen, la Turchia ha investito molto nei porti somali e ha mostrato grande interesse per il vecchio porto sudanese di Sawakin. Quanto all’Etiopia, che dall’indipendenza dell’Eritrea nel 1993 ha perso la sua unica facciata marittima sul Mar Rosso, considera quest’area come uno spazio vitale da conquistare con tutti i mezzi necessari.
Per quanto riguarda le potenze arabe, Riyadh ha avviato un ambizioso progetto di decollo economico, che ha come perno la nuova città Neom, affacciata sul Mar Rosso, che sarà in futuro futuro vicino al polmone del nuovo Medio Oriente. Per compensare il vuoto strategico di cui soffre l’area del Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha lavorato nel 2020 per creare un consiglio arabo-africano che riunisca gli otto paesi che si affacciano sul Mar Rosso; progetto geopolitico che tuttavia è fallito sotto il peso delle varie crisi.
Le ripercussioni negative della guerra israeliana a Gaza hanno creato una nuova situazione difficile da gestire per gli attori regionali arabi, sensibili ad un’equa risoluzione della questione palestinese, come condizione elementare per un’equazione geopolitica stabile e pacifica all’interno del Mar Rosso.