La disciplina delle fonti aperte. Il metodo prima dello strumento.
Acquisire informazioni, riconoscere le distorsioni, costruire un’analisi. Sei stadi per leggere il percorso del dato: la regola, un caso e la mossa dell’analista.
La cibernetica dell’informazioneDalla fonte al contesto. Il metodo prima dello strumento.
La cibernetica dell’informazione
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Stai leggendo: Verità e inquinamento
01 / Verità e inquinamentoStadio 1 di 6
L'universo da indagare è già inquinato
Quando si studia un sistema informativo, il campo da indagare è già inquinato prima che la ricerca cominci. Dentro l'ambiente lavorano altri operatori: agenzie di comunicazione, entità istituzionali e private che immettono informazioni già elaborate, oppure direzionano i flussi in maniera prestabilita.
Non è un incidente, è la condizione normale del materiale che si raccoglie. Per questo la selezione delle fonti e la loro interpretazione vanno fatte sapendo da quale regime di verità arriva ogni pezzo: sono sei, e qui sotto si leggono uno per volta.
01
Verità e inquinamento
Ogni informazione che arriva all'analista è già stata, in qualche misura, contaminata: passaggio dopo passaggio, ogni fonte aggiunge sedimento, distorsione, intenzione. Prima di leggere un fatto, l'analista OSINT deve riconoscere il livello di inquinamento del flusso, sapendo che la verità si presenta in più regimi, ognuno con la sua tecnica di costruzione.
02
La verità privata
Società di comunicazione specializzate costruiscono, riscrivono o ammorbidiscono le notizie. Tecniche di neuroscienza e di linguaggio trasformano un fatto negativo in uno neutro, talvolta positivo. Sotto la superficie levigata c'è spesso un fatto grave fatto passare per ordinario.
03
La verità istituzionale
Dovrebbe essere la forma primaria d'informazione: il dato di stato, l'atto pubblico, il comunicato. In pratica viene modulata dal partito al governo e diffusa in politichese. Sembra spesso positiva o tecnica, mentre cela una posizione, un rinvio, un effetto avverso.
04
Il giornalismo uniformato
Una serie di giornalisti che ripetono quasi tutti lo stesso messaggio, comunque vada: prevale una narrativa univoca, di fatto prestabilita, mentre la ricerca della notizia e l'opinione individuale restano marginali. L'omogeneità del flusso somiglia a verità, ma spesso nasconde altro.
05
La verità allucinata
Chi fa ricerca oggi delega all'intelligenza artificiale e prende per vero ciò che essa restituisce. Ma l'AI allucina spesso: inventa fonti, citazioni, fatti. Per validare l'output bisogna ricontrollare tutto, vanificando il presunto risparmio di tempo. Le risposte dell'AI vengono però prese sul serio, e diventano una quarta forma di verità: quella allucinata.
06
La verità dell'ignoranza
L'agnotologia, definita la scienza dell'ignoranza, descrive una pratica diffusa fra giornalisti e testate: trattare temi delicati e tecnici, dall'energia nucleare agli idrocarburi, dalle grandi trattative internazionali alla geopolitica, fino alle teorie complottistiche, in maniera superficiale, avvalorando tesi non sostenute da dati scientifici o ingegneristici. Chi scrive non è un addetto ai lavori: formula posizioni 'per sentito dire' e le presenta come verità. Per l'analista, il risultato è un campo informativo nel quale i fatti si confondono con le opinioni, e la sfumatura tecnica si perde.
Il corollario
« Inquinamento, privata, istituzionale, mediatica, allucinata, ignoranza: sei verità costruite, una da decifrare. »
02 / FontiStadio 2 di 6
Scegliere una fonte è un lavoro lungo
Le piattaforme partono da elenchi predefiniti dal fornitore, e alcune lasciano aggiungere fonti proprie. Ma una fonte non è un account social: sceglierla è un lavoro preparatorio, e richiede competenze specifiche.
Distinguere informazione di stato, verità privata, disinformazione e manipolazione è una sfumatura quasi impercettibile, ed è proprio quella sfumatura a separare il dato utile dal rumore. Si valida prima di leggere, non dopo aver citato.
01
La fonte sintetica non è una persona
Una fonte sintetica non corrisponde a una persona reale: è un'identità prodotta artificialmente per amplificare una narrativa, manipolare il consenso e indirizzare l'informazione. Interagisce, commenta, conferma, fa sembrare che le opinioni le esprima un'utenza vera, mentre nel mercato dell'opinione pubblica funziona da pedina. Non è il pensiero di tanti utenti, ma quello di un singolo soggetto che si spaccia per molti, costruito apposta per essere accettato facilmente da chi legge o da chi deve prendere una decisione. Il consenso che genera non nasce da obiettivi reali, è solo consenso sintetico: per questo la fonte non si può catalogare come una vera fonte, non porta dati, porta un effetto fabbricato.
02
Le associazioni costruiscono narrative, non notizie
Una fonte associativa è una ONG, un'associazione, un istituto che si presenta con uno scopo nobile, ma che dietro la facciata viene finanziato attraverso canali strutturati, talvolta perfettamente legali e dichiarati, con un orientamento preciso. Quello che produce non è quasi mai una vera notizia: sono elaborati costruiti per convincere il lettore di una certa visione dei fatti, calibrati su un singolo lato della questione. Nella storia di queste sigle si trovano fondi piccoli e fondi enormi, sempre concentrati su un tema settoriale ben definito. Per questo le fonti associative vanno lette con grande cautela: il dato che restituiscono passa sempre attraverso il filtro della loro tesi, e di rado include la parte che la contraddice.
03
L'ex non è l'istituzione
Una fonte presentata come istituzionale, soprattutto sui dossier economici, viene quasi sempre legittimata da un nome con referenze pesanti: spesso un 'ex appartenente' a un ministero, a un'autorità, a una banca centrale, a un'istituzione internazionale. È nato un vero e proprio mercato degli ex, persone che capitalizzano la loro istituzionalità passata per accrescere la narrativa o la notizia che firmano oggi. Quando si parla di fonte 'para-istituzionale' bisogna prestare massima attenzione, perché il linguaggio si addolcisce passo a passo fino a far passare per istituzionale qualcosa che non lo è più: l'ex funzionario che ora fa consulenza non parla più a nome dell'istituzione, parla a nome di chi lo paga. Una notizia non diventa istituzionale solo perché la firma una persona che, un tempo, lo era stata.
Il corollario
« La fonte si valida prima di leggerla. E quello che leggete qui è solo una parte del lavoro: il resto, quello che cambia davvero le decisioni, lo costruiamo caso per caso sui vostri dossier. »
03 / RicercaStadio 3 di 6
L'interrogazione è una competenza tecnica
Formulare una ricerca è un processo a cascata, non un comando: una domanda, i primi risultati, la query riscritta, riletta, finché la ricerca diventa coerente con la domanda posta.
Il punto delicato è la ricerca preconfezionata della piattaforma. Se non l'hai scritta tu, l'ha scritta qualcun altro, e sta rispondendo alla sua domanda: conoscere le tecniche di interrogazione serve soprattutto a leggere la query di un altro e capire che cosa taglia fuori.
01
Studio a cascata: domanda → risultati → riformulazione
02
Non fermarsi ai primi 10 risultati
03
Verifica al rovescio della query proposta
Il corollario
« La competenza precede lo strumento. »
04 / EcoStadio 4 di 6
La ridondanza non è conferma
Che una notizia circoli in modo ridondante non dice niente sulla sua verità. La verifica è un altro processo: incrocio dei dati, incrocio delle conoscenze, studio contestualizzato dell'ambiente economico e geopolitico.
C'è una ridondanza controllata, dove un'agenzia diffonde e una moltitudine di portali senza identità editoriale ripubblica, e una che sfugge al controllo, quando la televisione rilancia materiale raccolto in rete senza verificarlo. In tutti e due i casi si pubblica al riparo di parole cuscinetto, «sembrerebbe», «verosimilmente», che tolgono la responsabilità a chi scrive e lasciano intatta la forza della ripetizione.
01
Anche le agenzie attingono dal web
Anche le agenzie di stampa, oggi, sono costrette a raccogliere notizie dalla rete: post, account social, blog, fonti che fanno cronaca da remoto. La conseguenza è che molte volte non possono verificare in proprio la veridicità di quello che pubblicano, soprattutto quando il flusso è veloce e si lavora su tempi stretti. Da qui parte la cascata della ridondanza: la notizia esce da un'agenzia, viene ripresa altrove come se fosse confermata, e si propaga senza che nessuno abbia davvero potuto stabilire se è vera o falsa. Per questo le notizie d'agenzia, soprattutto quelle veloci, vanno sempre prese con le pinze e contestualizzate prima di considerarle un dato.
02
Editori che non informano
Una grande parte della rete è popolata da soggetti che si presentano come editori ma che, di fatto, sono editori senza informazione: pubblicano senza filtro, senza verifica, senza assumere una posizione editoriale. Spesso sono collegati in modo automatico a feed esterni, o cercano semplicemente clic per fare notizia. Non valutano, non danno opinione: pubblicano senza sosta. Per questo non possono essere considerati come numero di conferma di un'informazione: cento riprese di un dato non equivalgono a cento conferme, sono quasi sempre una sola fonte ripetuta cento volte.
03
L'articolo nasce dal committente, non dalla cronaca
Esistono articoli celebrativi che vengono distribuiti in più testate contemporaneamente, attraverso veri e propri circuiti editoriali coordinati. La notizia, in questi casi, non nasce dalla cronaca: nasce dalla volontà di un committente, e serve a far passare un messaggio, una narrativa unica, un'idea, un progetto, una persona. Il rischio è doppio: si accreditano pubblicamente persone che magari non hanno i numeri o le qualità per esserlo, e il lettore percepisce come consenso ciò che è semplicemente lo stesso testo replicato in molti luoghi. Vale la regola di sempre, verificare prima di prendere un articolo celebrativo come informazione.
Il corollario
« La verifica è un altro processo, non un conteggio. »
05 / ReportStadio 5 di 6
La politicizzazione dell'informazione
Nelle grandi aziende e nelle istituzioni vige una regola tacita: chi porta una brutta notizia rischia di essere emarginato. L'analista lo sa, e quasi automaticamente lima il dato, sfuma i toni, allunga i tempi, finché di un fatto realmente avvenuto resta un'eco di cui non si distingue più la portata.
La pratica peggiora quando la notizia urta la linea aziendale: lì il dato viene presentato nel modo meno controproducente possibile, e chi deve decidere riceve una versione rassicurante invece dell'informazione che gli serve. È l'errore più grave del mestiere, e non si vede: il report c'è, ed è tranquillizzante.
01
Dentro l'azienda i dati non sono mai concordi
In ogni organizzazione, grande o piccola, sullo stesso report convivono dati discordanti e letture diverse. La ragione di fondo è quasi sempre la stessa: per andare contro chi quel report l'ha prodotto, ognuno raccoglie fonti un po' alla rinfusa, anche non verificate, da contrapporre al lavoro fatto. Tutto questo accade perché manca una vera disciplina del dato dentro l'azienda, un metodo condiviso che dica cosa si tiene e cosa si scarta. Le discordanze interne, soprattutto nelle grandi organizzazioni, finiscono per diventare un punto di leva esterno: i competitor le conoscono, le sfruttano, e le usano per colpire l'azienda dall'esterno.
02
Le red flag sono uno strumento a doppio taglio
La red flag è uno strumento importante per le analisi reputazionali: serve a segnalare gli elementi che, su un'azienda o una persona, richiedono un approfondimento. Allo stesso tempo è uno strumento a doppio taglio. Esistono entità specializzate nella fabbricazione di dossier, anche fittizi, costruiti per posizionare una red flag su un soggetto specifico; in mano sbagliata, lo stesso strumento diventa un'arma per screditare un amministratore o un'azienda. Per questo le red flag vanno sempre verificate con cura e prese in considerazione solo dopo essere state contestualizzate: senza contesto si confonde la segnalazione legittima con la fabbricazione mirata.
03
Inoltrare un link non è un'analisi
Dentro le grandi aziende, chi si occupa di flussi informativi spesso confonde il ragionamento con la singola notizia. Basta che qualcuno arrivi per primo a girare un link, una nota d'agenzia o un post visto in rete, perché si convinca di 'avere' la notizia e che il merito sia tutto suo: il copia-incolla diventa una prova di bravura. Da lì entra in discussione con chi invece ha fatto un vero lavoro di ricerca e di ragionamento, contrastandone le conclusioni con materiali superficiali e già confezionati. È una dinamica frequentissima nelle imprese, ma è esattamente ciò che un buon analista deve evitare: la velocità con cui una notizia arriva non è una misura della sua importanza, e nemmeno del proprio contributo.
Il corollario
« Si lima il fatto finché non si vede più. »
06 / ProdottoStadio 6 di 6
Una piattaforma non è OSINT
Il mercato delle piattaforme è saturo: i fornitori distribuiscono lo stesso flusso, e i dati che ne escono sono in gran parte identici per tutti. Pagare una licenza costosa per ricevere quello che vede anche il concorrente non costruisce nessun vantaggio, perché chi conosce la tua piattaforma conosce già il perimetro delle tue analisi.
L'OSINT come metodo è un altro mestiere: parte da uno studio preparatorio di fonti scelte caso per caso, e l'incrocio dei dati lo costruisce l'analista, non l'algoritmo.
01
Non esistono piattaforme intelligenti
Nessun algoritmo miracoloso, nessuna piattaforma sapiente. Spesso queste soluzioni sono accompagnate da grandi nomi accademici o pubblicità politica, ma il prestigio di chi le sponsorizza non garantisce che funzionino. Davanti alla saturazione del mercato sono nate piattaforme che mescolano OSINT e intelligence, e proprio da questa mescolanza è cresciuto un mercato di pseudo-sicurezza rivolto alle aziende: in realtà, sicurezza vera queste piattaforme non possono garantirla.
02
I dati arrivano già manipolati
I dati che queste piattaforme mettono a disposizione sono difficili e costosi da ottenere: la matrice originale è quasi sempre la pubblica amministrazione, ed è da lì che escono. Quando arrivano, però, sono già passati per manipolazioni che noi non vediamo, possono contenere molti errori, e a volte non sono nemmeno reali. Per ridurre i costi le aziende li acquistano a cadenza settimanale o quindicinale, quindi non c'è quasi mai un dato verificabile nel momento esatto. Per contare davvero, ogni dato va ricondotto alla sua autorità pubblica di origine: è l'unico modo per misurare quanto si è allontanato dal valore reale.
03
Investigare con un algoritmo è surreale
Ci sono piattaforme che promettono di fare l'investigazione al posto tuo: mappano un account, ricostruiscono reti di relazioni, restituiscono grafiche miracolose. È un'operazione surreale, perché un'attività investigativa che non conduci tu non è davvero la tua, e una verifica seria di account e legami non si fa con una pesca a strascico algoritmica: senza contesto e senza conduzione umana, ciò che esce non è un dato oggettivo. Un'indagine condotta con questo accanimento automatizzato tende inevitabilmente a produrre falsi positivi: omonimie, errori di identificazione, attribuzioni sbagliate, situazioni che possono finire in causa.