L’Arabia Saudita ha deciso di non rinnovare l’accordo cinquantennale che la vincolava a vendere il proprio petrolio agli Stati Uniti, in cambio della garanzia statunitense di protezione dagli attacchi stranieri. L'accordo, firmato dall'allora segretario di Stato Henry Kissinger, è scaduto il 9 giugno.
Secondo alcuni rapporti, domenica scorsa il principe ereditario del Regno avrebbe rifiutato di rinnovare l'accordo, avendo così la possibilità di vendere il proprio petrolio e altri beni in valute diverse. Tale decisione sembra aggiungersi alla grande partita negoziale che vede il tentativo di Washington di ottenere un nuovo accordo per la sicurezza congiunta, che vede il raggiungimento di un accordo sulla normalizzazione dei rapporti con Israele, a fronte di un nuovo percorso per costruire lo Stato palestinese, nonché la concessione di tecnologia nucleare e la fornitura di sistemi di armamenti avanzati.
Gli Stati Uniti sono stati i maggiori beneficiari dell’accordo e continuano ad esserlo, poiché il petrolio è una delle principali materie prime globali: l'accordo ha accelerato l'accettazione globale del dollaro, e le stesse transazioni internazionali iniziarono a dipendere dai dollari, rendendo stabile l’economia statunitense. Con la riluttanza dell'Arabia Saudita a rinnovare l'accordo, secondo gli analisti potrebbe verificarsi una grande trasformazione nelle transazioni finanziarie globali.
Contestualmente, l'Arabia Saudita ha aderito ad un esperimento transfrontaliero sulla valuta digitale della Banca Centrale dominata dalla Cina, in quello che potrebbe essere un altro passo verso una riduzione del commercio mondiale di petrolio effettuato in dollari statunitensi. La Banca centrale saudita diventerà un "partecipante a pieno titolo" del progetto mBridge, una collaborazione lanciata nel 2021 tra le banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti.
Il progetto è supervisionato dalla Bank for International Settlements, un'organizzazione ombrello di banche centrali globali.