Nonostante le misure attuate dalle autorità iraniane per contenere l'aumento dell'inflazione, le previsioni per il nuovo anno continuano ad essere negative circa l'andamento di tale fenomeno. Le politiche di stabilizzazione adottate nel 2023 dalla Banca Centrale hanno senz'altro avuto l'effetto di frenarne la crescita, in quanto dal 55 per cento ha raggiunto il 35, avvicinandosi in qualche modo all'obiettivo del 25% fissato dalle autorità.

Tuttavia, secondo alcuni esperti, esse hanno potuto solo attenuare la curva esponenziale, ma non si sono rivelate sufficienti a ridurre il costo della vita, essendo necessarie misure strutturali molto profonde. Le autorità iraniane continuano infatti ad attuare politiche di breve termine, non riuscendo ancora agire sulle politiche strutturali che si protraggono da molti anni.

In primo luogo, va considerato l'impatto delle tensioni estere, che è diventato una parte congenita della vita economica e politica dell'Iran negli ultimi decenni, mentre in secondo luogo si pone il deficit di bilancio cronico che è sistematicamente finanziato (da oltre quarant'anni) attraverso la monetizzazione del debito, ossia l'emissione di moneta non coperta da una reale ricchezza statale. L'incontrollata distribuzione di moneta, di contro, non viene controbilanciata dall'aumento del tasso di interesse, che viene imposto (per legge islamica), al punto che il sistema bancario non va - o comunque non riesce - ad assorbire l'eccessiva liquidità.

Allo stesso tempo, il sistema valutario a tasso multiplo ha consentito l'emergere e il rafforzarsi del mercato nero della valuta, tale che la svalutazione continua della moneta viene ulteriormente accelerata dalle pratiche speculative. Alcuni esperti ritengono che le misure di stabilizzazione attuate dalla Banca Centrale, portando il tasso di sconto al 15%, siano in qualche modo riuscite a controllare la domanda di valuta estera e i pagamenti attraverso i canali legali.

Il tasso offerto, infatti, risulta essere superiore a quello dei centri di scambio dell'oro e delle valute informali, riducendo di conseguenza la quota del mercato nero detenuta dai concessionari. Vi sono tuttavia molteplici critiche a tale proposito, in quanto i sindacati temono che l'aumento esponenziale del tasso di sconto potrebbe portare l'inflazione, nel corso del 2024, oltre i limiti del 60%, in quanto renderà troppo costoso il finanziamento delle imprese, le quali di conseguenza si rivolgeranno al mercato nero.

L’inflazione viene ormai definita "una tassa nascosta" che va dalle tasche dei poveri a quelle dei ricchi: quando l’imposta aumenta, i ricchi rendono le loro proprietà più costose, e il gruppo che non possiede ricchezza, paga il costo dell’imposta sotto forma di inflazione indotta. In tale contesto, sono sempre più numerose le forze politiche e i gruppi di interesse all'interno della leadership che chiedono delle misure strutturali più profonde che vadano ad aumentare la competitività delle imprese, come ad esempio la riduzione delle tariffe per l'importazione e l'apertura graduale dei settori sottoposti a blocco (come il mercato degli elettrodomestici, al pari di quanto avvenuto con quello delle automobili).

Cominciano ad essere sotto accusa anche le politiche del Governo per l'imposizione dei prezzi sui prodotti, sull'energia e la benzina, che rendono vano il processo di stabilizzazione del mercato che porterebbe ad un equilibrio tra domanda e offerta. A questo si aggiungono pratiche malsane nella gestione delle merci, con l'aumento delle scorte di magazzino, che vengono immesse sul mercato solo quando la valutazione del toman risulta essere vantaggiosa.

La questione che viene spesso sollevata riguarda infatti la crescita economica, in quanto, livelli così alti di inflazione potrebbero essere tollerati da un'economia efficiente e sana (come ad esempio in Turchia), ma risultano ancor più pericolosi in presenza di condizioni di stagnazione del prodotto interno lordo, innescando processi di stagflazione. L’economia iraniana stenta a prendere il giusto slancio perché bloccata da politiche desuete e da un sistema politico-amministrativo corrotto.

Infatti, l'enorme sistema aziendale in Iran non è privato, perché per la maggior parte è controllato da strutture statali o da gruppi che rispondono a fazioni politiche. Per tale motivo non è sufficientemente competitivo, e gli stessi investimenti non rispondono a logiche di crescita economica o di profittabilità del business.

Al momento, in assenza di rimesse o di altre fonti di reddito provenienti dall'estero, l'unico vero motore economico su cui l'Iran può contare è il settore degli idrocarburi ed in particolare la vendita all'estero di petrolio (in quanto all'interno del Paese il settore è bloccato da politiche di imposizione del prezzo).