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Tirana - Mentre il Ministero degli Esteri dell'Albania ha posto lo Yemen in cima alla lista dei Paesi che vanno evitati dai cittadini, i tre marinai albanesi continuano ad essere detenuti, sotto gli occhi dello Stato albanese e della Corte d'appello…
Tirana - Mentre il Ministero degli Esteri dell'Albania ha posto lo Yemen in cima alla lista dei Paesi che vanno evitati dai cittadini, i tre marinai albanesi continuano ad essere detenuti, sotto gli occhi dello Stato albanese e della Corte d'appello yemenita. Le proteste ed i conflitti interni nella città portuale di Al Mukalla hanno bloccato, da oltre un mese, il ricorso contro la sentenza di primo grado verso i tre marinai albanesi nel Paese. Benché siano trascorsi i termini legali, la Corte non si è ancora pronunciata definitivamente in merito al capitano Arif Bakillari e gli altri due marò, rispettivamente il primo ufficiale Mihail Cangonji ed il capo meccanico della nave Nezir Shahaj. Inizialmente le autorità yemenite hanno contestato la mancanza di un giudice per formare il trio del corpo giudiziario, che è diventato un ostacolo per il processo al pari della situazione nel Paese, mentre i marinai albanesi attendono con ansia degli sviluppi. Tramite il capitano Arif Bakillari, che continua a rimanere in ospedale per ricevere l'assistenza sanitaria necessaria, si è venuti a conoscenza del fatto che, sabato 23 marzo, il Collegio dei giudici si riunirà per assegnare una data al processo d'appello, nonostante i marinai non abbiano ancora incontrato l'avvocato del Console Onorario nello Yemen e quello dell'Ambasciata albanese in Arabia Saudita. Il Governo iracheno ha ingaggiato due avvocati, i quali, attraverso una documentazione, hanno confermato che il carico della nave era diretto in Iraq, senza lasciare spazio ad ulteriori ipotesi. Ricordiamo che il Tribunale, in base a questa informazione, ha stabilito la detenzione dei marinai albanesi ed il sequestro delle armi. Le autorità locali sono andate ben oltre, sostenendo che il capitano della nave EOS, in realtà, sia il proprietario dell'imbarcazione, la quale si occupa del trasporto delle armi per conto proprio, contrariamente alla documentazione giuridica della nave all'interno della quale sono state rinvenute 179.051 tonnellate di armamenti. <strong>Il fermo in Somalia</strong> L'itinerario della nave, che è stato descritto ampiamente, in diversi articoli dedicati alla questione della nave EOS e del suo equipaggio nello Yemen, è stato messo in discussione. Si parla di altri carichi d'armi e trasporti illeciti, mentre il fermo più discusso è quello in Somalia, Paese al quale è stato imposto l'embargo sulle armi. Recentemente si è venuti a conoscenza, dallo stesso capitano della nave, di una sosta di 45 giorni, da parte della nave EOS, presso la costa somala, conosciuta per l'elevato livello di pirateria.<br /> “Si, ci siamo fermati per una riparazione, in seguito ad un guasto al motore e siamo stati monitorati, in questo periodo, dalla NATO e dalle autorità somale. Le navi della NATO ci hanno accompagnato fino al porto di Mombasa, in Kenya. Tutti i dettagli sono stati riportati nella documentazione relativa all'operazione “Atalanta”, nelle comunicazioni quotidiane con i rappresentanti della NATO ed i mezzi aerei, intenti a controllare le acque, nonché sulla relazione della nave della NATO che ha sorvegliato la nostra imbarcazione ferma in Somalia. Queste informazioni sono facilmente verificabili", ha riferito al quotidiano “Shqip”, il capitano Bakillari, il quale ha aggiunto che anche le Nazioni Unite erano a conoscenza della sosta.<br /> “La Somalia è rinomata per l'elevata attività dei pirati, ma voglio ringraziare il Re di quella zona, il signor Feizal ed il principe Garald che ci hanno trattati come ospiti, servendoci senza alcun profitto", ha reso noto Bakillari, confutando le voci sulle attività illegali e le soste sospette della nave.<br /> Il 17 febbraio di quest'anno, la Corte Penale ha condannato a 6 anni di carcere ciascuno dei tre marinai albanesi ed ha disposto una multa di 115 mila dollari americani al capitano. Per quanto riguarda invece i due marò indiani, è stata stabilita la loro espulsione dallo Yemen entro 40 giorni, dopo aver scaricato il contenuto della nave, ossia le armi e le munizioni per conto dell'esercito. Il rapido intervento dell'Ambasciata della Grecia ha permesso il rientro in patria dell'unico marinaio greco facente parte dell'equipaggio, senza incappare in nessun procedimento penale. <strong>Il blocco della nave e la speranza degli albanesi</strong> Bloccato presso il porto yemenita di Al Mukalla, dalla metà di dicembre del 2012, l'equipaggio della nave greca “EOS“, battente bandiera moldava, composto dal capitano Bakillari e da altri due marinai, confida nella giustizia locale, la quale prenderà in considerazione le prove legali. Questi sperano che la giustizia yemenita faccia cadere la sentenza del Tribunale di primo grado, la quale ha decretato la colpevolezza del personale a bordo dell'imbarcazione, munita di una documentazione fasulla per quanto riguarda la destinazione del carico, sostenendo che le armi fossero destinate a delle organizzazioni sospette o a gruppi illegali che agiscono nello Yemen per mettere a rischio la sicurezza della società e violare l'ordine pubblico. Nella sentenza della Corte, il carico della nave EOS viene descritto come illecito, mentre la società greca sembra essere al corrente di questo traffico. Ricordiamo che la EOS appartiene alla società greca “Eos Navigation SA” e all'amministratore “Coasters Maritime SA” ed è stata confiscata insieme al carico, dallo Stato yemenita. Alla compagnia greca non è stata data la possibilità di inviare presso la Corte, avvocati e traduttori in base al diritto internazionale, dal momento che le autorità yemenite hanno rifiutato di rilasciare i visti a due avvocati e al loro traduttore dall'Arabia Saudita.
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