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Le ultime polemiche sugli investimenti italiani in Serbia, sopratutto quello della FIAT e quello per la costruzione del Corridoio 11, hanno portato la Serbia a riesaminare i rapporti con gli investitori stranieri, spesso considerati "partner…
Le ultime polemiche sugli investimenti italiani in Serbia, sopratutto quello della FIAT e quello per la costruzione del Corridoio 11, hanno portato la Serbia a riesaminare i rapporti con gli investitori stranieri, spesso considerati "partner strategici". L'Italia è da tempo considerata in una “posizione strategica” rispetto a tutti gli altri investitori, e non si può negare che anche la posizione geografica abbia contribuito a conferire all'Italia un posto così importante nell'economia serba. La decisione della FIAT di delocalizzare una parte della produzione a Kragujevac, nonostante le proteste abbiano coinvolto tanto le piazze quanto le istituzioni, dimostra come le ragioni di interesse economico prevalgano ancora su qualsiasi altra riflessione. Le ragioni di Marchionne, infatti, evitando le speculazioni giornalistiche e di circostanza montate da sindacati e istituzioni, sono molto semplici: un operaio in Serbia guadagna quattro volte meno che in Italia, le tasse incidono la metà e le esportazioni sul mercato dell'est sono facilitate per accordi interni e posizione geografica. Gli analisti più esperti, comunque, si dividono tra coloro che si fidano dell'Italia come partner strategico, guardando agli ingenti investimenti stanziati finora, e chi invece diffida, temendo che l'Italia non riesca ad uscire indenne dalla crisi economica. Al di là dell'analisi critica, un'analisi puramente evenemenziale dimostra che l'Italia, negli anni passati, è riuscita a scambiare merce con la Serbia per 3,3 miliardi di dollari, lo stesso livello del 2008, l'esportazioni dalla Serbia in Italia ricopriva la fetta importante del 27,6,% di tutta l'esportazione verso il mercato EU, pari al 14,7% delle esportazioni totali. Ciò comporta che, dopo il mercato bosniaco, quello italiano è il mercato in cui si trova la maggiore quantità di merci prodotte in Serbia. “<em>L'Italia è in definitiva il più importante partner per la Serbia, rispetto a tutti i paesi EU”</em>, conferma Ivan Nikolic, analista dell'Istituto economico di Belgrado. “<em>Con l'Italia abbiamo tradizionalmente buoni rapporti, che non sono stati interrotti neanche nel periodo delle sanzioni delle Nazioni Unite. Proprio in quel periodo siamo riusciti a vendere Telecom agli Italiani. D'altra parte gli italiani rappresentano i più grandi investitori nel settore dell'agricoltura, sopratutto nella produzione primaria, che quindi spiana la strada a rapporti ancora più stretti in altri settori"</em>, conferma Nikolic. In Serbia lavorano al momento circa 200 aziende italiane, con circa 18.000 dipendenti, l`esperienza di queste compagnie sono la migliore raccomandazione nella futura ricerca di partner. Oltre alla fabbrica FIAT, un buon esempio di produzione italiana in Serbia è la fabbrica di calze e biancheria intima “Vali”, di stanza a Valjevo, dove impiega 1300 dipendenti. I settori a cui gli investitori italiani sono maggiormente interessati sono il tessile, l'agricoltura, la metallurgia, l'edilizia, l'industria del legname, ma non è solo grazie a un favorevole sviluppo di alcuni settori se gli investitori italiani hanno puntato così tanto sulla Serbia. Ciò che rende particolarmente vantaggioso delocalizzare in Serbia sono le sovvenzioni da parte del Governo serbo, ma anche accordi internazionali tra cui CEFTA, EFTA, e gli accordi per il commercio libero con Russia e Turchia, che facilitano di gran lunga le esportazioni. Nonostante alcune buone esperienze, l'Italia non riesce ad essere incisiva come la Germania in Croazia. <em>“L'Italia è un partner economico molto importante, ma il problema resta sempre che noi non abbiamo nulla da offrire a loro”</em>, afferma Svetomir Ljepojevic, giornalista esperto in affari economici. <em>“D'altra parte l'Italia ha una situazione economica instabile, l'enorme deficit di bilancio riduce ancora le opportunità di rimanere competitiva sul mercato internazionale. L'Italia, così, rischia anche di perdere autorevolezza sulla scena politica europea, perciò tendiamo a non aspettarci tanto dal supporto italiano</em>”, ha conferma Ljepojevic. Dal punto di vista delle relazioni bilaterali, dalla sottoscrizione dell'Accordo di Osimo, del 1975, l'Italia e la Serbia non hanno più avuto questioni in sospeso. “<em>Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nei primi decenni, le relazioni tra Italia e Jugoslavia hanno sofferto dei problemi causati dai crimini di guerra, commessi dagli ustascia, crimini che il Vaticano non ha mai voluto confermare. Ma da allora, l'Italia si è dimostrata l'amico più fedele tra tutti i paesi UE</em>”, confermano i media serbi, chiudendo un occhio sui bombardamenti NATO del 1999. Negli ultimi anni, politicamente l'Italia ha sempre cercato di aiutare la Serbia, una prova è il ruolo importante svolto dal Ministro Frattini nelle trattative per la liberalizzazione dei visti verso i Paesi dell'area Shengen. A parte le buone relazioni bilaterali, la liberalizzazione dei visti ha comportato un vantaggio economico a cui l'UE era interessata, e l'Italia era forse uno dei primi Paesi a trarne un vantaggio diretto. Per sottolineare l'importanza del Corridoio 11, spesso si sente parlare del collegamento che, tramite Belgrado, potrebbe mettere in contatto Roma con Mosca. Al momento, però, l'Italia è sicuramente molto più interessata ad un collegamento veloce con la Romania, che è uno dei suoi più importanti mercati esteri. L'economista Milan Kovacevic, ha recentemente commentato la posizione geografica italiana che crea spazio di collaborazione sia con l'Oriente che con l'Occidente:“si parla tanto di posizioni geopolitiche degli stati, ma io metterei l'accento sulla posizione sfruttabile dagli imprenditori”, dichiara Kovacevic. Ormai tale ottica sta acquisendo sempre più forza, basta osservare il successo che può riscuotere una delegazione di analisti economici e imprenditori, rispetto a una ufficiale dello stato. I partner strategici cercano le zona di investimento in base a vantaggi economici concreti, non di certo sulla base di buoni rapporti, dal punto di vista storico. Le regole dell'economia possono prescindere da qualsiasi legame storico, anche per questo in alcuni momenti della propria storia la Serbia ha sbagliato a privilegiare rapporti che non comportavano alcun vantaggio alla sua economia. Da questo punto di vista, il comportamento della FIAT è esemplare, la delocalizzazione è frutto di un puro calcolo economico, in un mondo in cui, quando si tratta di affari, i confini statali sono sempre più labili. FIAT starebbe valutando anche l'ipotesi di produrre in Serbia il nuovo modello di "Multipla”, a partire dal prossimo anno. Più del 95% della produzione sarà dedicata al mercato europeo. “Ora è sicuro che il nuovo modello di multipla, somiglierà tanto alla "FIAT Idea” oppure alla “Lancia Musa”. Del famoso MiniVan verrà usato una parte del design e la tecnologia, frutto dell'esperienza dei tre modelli precedenti. Non si tratta di macchine a basso costo per definizione, ma si pianifica una esportazione su tutto il mercato europeo”, confermano i portavoce dello stabilimento FIAT di Kraguejvac. A Kragujevac confermano anche le categorie di consumatori a cui si punta per le nuove macchine: tassisti, autonoleggi, ma anche privati e famiglie, che dovrebbero essere attratti dai prezzi, che sopratutto sul mercato serbo dovrebbero rimanere bassi. Data la previsione di assemblare 200.000 auto all'anno, e calcolando che la Serbia non potrà mai assorbirne più della metà, è molto probabile che la FIAT provi ad espugnare i mercati dei vicini paesi balcanici: Bosnia, Croazia e Macedonia. <em><strong>Biljana Vukicevic</strong></em>
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