Parliamone.
Discutiamone.
Non perdiamo tempo. Raccontaci di che cosa parliamo: vi proponiamo un primo inquadramento, in modalità riservata e sotto NDA.
Non vi è nulla di nuovo nelle speculazioni secondo cui il traffico d’armi in Bosnia Erzegovina, in cui sarebbero coinvolti anche ufficiali del Ministero della Difesa, imprenditori e politici della Federazione BiH. Da anni…
Non vi è nulla di nuovo nelle speculazioni secondo cui il traffico d’armi in Bosnia Erzegovina, in cui sarebbero coinvolti anche ufficiali del Ministero della Difesa, imprenditori e politici della Federazione BiH. Da anni ormai si parla dei sistemi per bonificare e ripulire un territorio bombardato per settimane, nonché dell’arrivo di truppe della NATO di Slovenia, Albania e Croazia, che vantano gli stessi scandali sul traffico d’armi o sul loro smantellamento. Si tratta pur sempre di un business che porta a grandissimi profitti, in cui sono coinvolte società offshore, contractors, strutture governative e non governative che operano nei paesi in guerra, oppure in fase transizione, la cui funzione è ricattare i politici al fine di costringerli ad accettare logiche di globalizzazione a livello regionale.(<em>Foto: scultura esposta al British Museum di Londra, realizzata con fucili portoghesi e russi AK-47</em>) <strong><br /> </strong> <strong> La Bosnia un 'deposito di armi'. </strong>Tutte le armi usate durante la guerra in Bosnia, e che dovevano essere distrutte, sono finite nei mercati di paesi come Georgia, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Kosovo, Bulgaria, e in Paesi dell’Africa e dell’America meridionale. Non essendoci un controllo sull’effettiva distruzione delle armi, certe compagnie private ne sono entrate in possesso spacciandole per “non utilizzabili” mentre in realtà venivano rimesse in sesto e vendute come nuove nei mercati che usano ancora armi para-sovietici. Nei nostri precedenti reportage ( <a href="http://etleboro.blogspot.com/2008/09/dalla-bosnia-partivano-armi-per-la.html">Dalla Bosnia partivano armi per la Georgia</a> e <a href="http://www.disarmo.org/rete/a/27292.html">La Slovenia coinvolta nel traffico d'armi</a> ) abbiamo illustrato anche il coinvolgimento di prganizzazioni e varie ONG internazionali. In un rapporto redatto dall’UNDP nel 2002, viene sottolineato come la Bosnia non sia nient’altro che un grande magazzino di armi ancora non distrutte, e che il 19% dei cittadini sono ancora in possesso di armamenti risalenti all’ultimo conflitto, quando era possibile comprare un fucile per soli 300 KM (circa 150 euro). Anche il dato secondo cui circa 300.000 persone siano in possesso di permesso per detenzione di armi , 164.000 nella FBIH e 116.000 nella RS, ci dà il quadro di come i popoli della Bosnia Erzegovina siano armati fino ai denti. Il Ministro bosniaco per il Commercio e i Rapporti Economici, Dragisa Mekic, conferma che non è possibile realizzare alcun commercio di armamenti senza un’autorizzazione del Ministero del Commercio. “<em>Rilasciare permessi, significa avere anche il consenso da parte del Ministero degli Interni, che ha il controllo sull’operato delle aziende in questione</em>”, spiega Mekic, aggiungendo che si tratta soltanto di armi leggere che vengono impiegate nella caccia . Ma è il quantitativo di munizioni presenti in Bosnia in questo momento, si parla di circa 25.000 tonnellate, a rappresentare il vero pericolo per la pace nella regione. Questo è stato sottolineato anche dal direttore del Dipartimento per la collaborazione e la sicurezza dell’OEBS, Urlich Haider. Secondo Haider, il compito principale per la Bosnia, è rappresentato dalla distruzione delle armi, tenendo presente che potrebbe accadere ciò che è avvenuto nei magazzini di munizioni di Paracic in Serbia e di Gerdec in Albania. <br /> <strong>Lo smantellamento e i Contractors</strong>. Facendo riferimento ai modelli già applicati per la bonifica di armamenti, secondo cui le armi vengono donate, oppure distrutte, appare necessario un supporto esterno di carattere internazionale. Molte le persone coinvolte in queste operazioni, con il favore di certe banche e consorzi, che con ingenti risorse finanziarie mettono in atto piani strategici, mosse politiche, e ricatti, per tutelare gli interessi di questo grande gioco. Ricordiamo che quattro anni fa, Amnesty International aveva iniziato a parlare dell’esportazione di armamenti tramite l’azienda “SCOUT D.O.O”. La stampa croata aveva invece reso noto che il proprietario dell’azienda (con sede nell’appartamento privato in via Vladimira Varicaka 6, Ivan Peranec) era in contatto con Senad Palic, ex capo per la fornitura di armi per l’esercito bosniaco, Peti korpus armije BIH. A loro, risulterebbero poi connessi i dirigenti dell’azienda “Vitezit”, di Vitez nella FBIH, dove ancora oggi sono in corso le operazioni per la “distruzione delle armi”. <br /> <br /> Non dimentichiamo poi la <strong>Kellogg Brown & Root</strong>, società del gruppo Halliburton (di cui il vicepresidente Dick Cheney è stato amministratore delegato e presidente fino alla sua candidatura nel 2000), ottenne nel 1999 un contratto quinquennale da 2,2 miliardi di dollari nei Balcani, in cui s'impegnava a fornire servizi logistici per il corpo di spedizione Usa, come il rinforzo delle strade affinché potessero sopportare il passaggio di mezzi pesanti, la costruzione del quartiere generale della base americana di Camp Bondsteel (in Kosovo, a sud della frontiera serba), la lavanderia per le divise sporche dei soldati britannici, bagni prefabbricati, e alimenti per 130.000 rifugiati kosovari. L'anno scorso, la Kellogg Brown & Root ha accettato di pagare una multa di 2 milioni di dollari per aver "cucinato i conti" al governo americano. Questa ditta opera anche a Cuba (Guantanamo) e in Asia centrale (Afghanistan ed ex repubbliche sovietiche), come conferma un’analisi del Wall Street Journal secondo cui "<em>Private military contractors (Pmc), grandi corporazioni private, a volte filiali o associate di alcune tra le più grandi multinazionali al mondo, operano nei traffici di armi legalmente illeciti</em>”. Nessuno parla della sudafricana E<strong>xecutive Outcomes </strong>(Eo), della britannica <strong>Sandline International</strong>, della statunitense <strong>DynCorp </strong>e della belga<strong> International Defence and Security</strong> (Idas). Nessuno parla dei dettagli sui lavori della ditta inglese <strong>Defence Systems Limited </strong>(Dsl) e dell'americana <strong>Mpri</strong> (Military Professional Resources Increment), oppure la Vinnel, filiale del gruppo Trw, Saic, Ici of Oregon e Logicon, dipartimento del gruppo Northrop Grumman. <br /> <br /> Dove finiscono le armi? Mentre il Senato americano si preoccupa di rilasciare dichiarazioni sulle riforme e le sfide nei Balcani Occidentali, altre diventano le condizioni per entrare a far parte della NATO. Non si parla più di pulizia etnica, ma si parla della pulizia delle armi dichiarate “fuori uso”, mentre la Bosnia appare come un paese di cowboy con 60 000 cacciatori nella sola RS, e 30.000 persone legalmente in possesso di armi a Sarajevo. C’è da chiedersi che potrà controllare tutto ciò, ma soprattutto cosa succede alle armi che ogni giorno viaggiano nella zona balcanica in direzione dei Paesi dell’Est e dell’Occidente. Nel rapporto dell’UNDP sono stati individuati 400.000 pezzi di armi illegali, sul territorio kosovaro, che vengono trafficate in Serbia, in Albania, in Macedonia e in Croazia. Valutando i prezzi sul mercato illegale non ci vuole molto per concludere che si tratta di un grande giro di affari. Nel mercato nero in BIH, un fucile costa tra i 300 e i 400 KM. Lo stesso, in Slovenia, costa 2000 KM, in Austria e in Germania il prezzo sale a 4000 KM (2000 euro). La BIH è, quindi, il paradiso del traffico delle armi verso l’ Europa e gli altri Paesi. Il prezzo della pistola Crvena Zastava costa 150 KM. Un proiettile, a seconda del calibro, costa da 0,40 KM a 1 KM. Il valore totale delle armi esportate dalla BIH lo scorso anno è di circa 113,6 milioni di euro. Tempo fa, una retata da parte della polizia di sei Paesi, attraverso l’operazione chiamata “Ovest” ha tagliato le reti del traffico di armi dalla BIH verso i Paesi europei. Il capo del traffico era Velimir Mihailovic di Banjaluka e insieme a lui sono stati arrestati Slobodan Peulic di Prijedor, Hasan Tahic, Sulejman Rahmanovic di Buzim, e Rafael Gmajer in Slovenia. Le armi erano destinate ai mercati di Austria, Germania, Francia, Kosovo, Danimarca, trafficando così con pullman, su strade di campagna e per vie marittime. <br /> <br /> <strong>Il traffico di armi nei Balcani</strong>. L`eccedenza delle armi giungeva nei Balcani durante la guerra dai Paesi ex sovietici, ma dopo la guerra, a Sarajevo sono arrivati sotto forma di donazioni, carri amati americani e francesi M60, Elicotteri UH – 1, fucili M-16 dall’ America e cannoni dall’ Egitto. La Macedonia ha ricevuto la donazione dei cannoni T-55 dalla Bulgaria. Lo stesso è accaduto in tutti i Paesi balcanici, ma è interessante scoprire che nessun’ arma può essere venduta all’estero senza la conferma delle ambasciate americane presenti in tutti Paesi balcanici, come confermato da varie fonti vicine alle strutture militari. Ancor prima dell’ambasciata devono essere rilasciati dei permessi dal Ministero della Difesa, dal Ministero degli Esteri e dal Ministero degli Interni. Se tutte le istituzioni danno l’approvazione e l’ambasciata americana disapprova, la vendita non potrà avvenire. Quello che non dicono è che il centro logistico di tutte le operazioni svolte è nel triangolo Londra-Parigi-Lichtenstein dove Londra è la capitale di tutte le strutture che gestiscono i più grandi affari nel settore.<br /> <br /> <strong>Le indagini oggi. </strong>Sembra ridicolo che si parli delle aziende Pretis, Zastava oruzje, Sloboda, Temeks, Melvale, Edvin, Unis o Binas come il vero pericolo per le operazioni illecite. Strano anche che il Ministro della difesa della BIH, Selmo Cikotic, viene accusato di essere a conoscenza del traffico di armi che partivano dalla BIH verso Gruzia e Afghanistan. ”Lìambasciata americana ci supporta con i finanziamenti e risorse umane per distruggere l`eccedenza delle armi”, afferma Cikotic. Annuncia inoltre che nessuno sarà protetto dalle indagini per accertare il coinvolgimento di piccoli personaggi della politica locale o dei grandi, come Haris Silajdzic, che insieme a Hasan Cengic (che vive in Turchia da anni) hanno sfruttato l’organizzazione umanitaria TWRA Fatiha El Hasaneina insieme a Nedim Sujak, per gestire il traffico. “<em>Venivano organizzati contestualmente i voli Kartun- Ankara-Bursa – Taskent- Ankara- Bursa. A Bursa c’erano 30 carri armati e 15 elicotteri insieme ad altri vari tipi di armi</em>”, ha dichiarato il 26 febbraio 2002 un ufficiale dalla polizia federale della BIH. La data conferma che la BIH da anni è una zona di transito per i traffici internazionali, con il beneplacito dei piccoli politici, ora ricattati dalle varie strutture criminali che richiedono il “pizzo”. Quello che ben presto sarà fatto è una pulizia del territorio dal traffico illecito delle armi, in modo che, grazie alle riforme politiche non ci saranno più piccoli megalomani della BIH a cui piacciono i giochi con le armi e i soldi. I posti devono essere ripuliti per far spazio agli altri. <em><strong>Biljana Vukicevic</strong></em>
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