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dal 'nema problema' di Dodik al konkretno di Dacic

Roma – E’ stato un vertice sottotono e spartano, quello tenutosi ad Ancona, per rinnovare la cooperazione intergovernativa tra Italia e Serbia. Protocollo, cerimoniale e diplomazia, sono le parole che possono descrivere l’atmosfera della ratifica di routine dei protocolli di cooperazione, stendendo un velo di silenzio sui temi scottanti della Fiat e del progetto energetico italiano nei Balcani.

Osservatorio Italiano · · Aggiornato il · OI-306764 · 6 min di lettura

OsservatorioItalianoLa cibernetica dell’informazione

Mancavano quei giornalisti italiani delle fantomatiche inchieste balcaniche, mentre l’inviato dell’Ansa chiede chiarimenti sul patto di stabilità: sugli investimenti italiani sul mercato serbo nessuna domanda. Naturalmente i colleghi serbi erano più preparati, facendo così al Presidente Letta le uniche osservazioni intelligenti.

Il monologo di Dacic - simile a tanti altri interventi scritti per i vertici interstatali di Russia, Cina e Germania - rivolge al pubblico una sola nota critica, che non viene di seguito commentata per “coloro che non avessero capito”. Leggendo non troppo tra le righe le parole del Primo Ministro serbo, traspare un invito al Governo italiano a decidere “concretamente” la sua posizione nel progetto energetico, che coinvolge non solo i rapporti bilaterali ma anche quelli con la Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska.

Il “konkretno” viene popolarmente interpretato come una sostanziale richiesta di definire il “come, dove e quando” verrà mobilitato il denaro per ‘concretizzare’ i discorsi.

<br /> Il leader serbo sembra aver dimenticato, tuttavia, che il Governo italiano ha dovuto affrontare oltre tre anni di incontri diplomatici e strette di mano, per poter spiegare ai politici, alle societ&agrave; e ai funzionari che occorreva creare una rete energetica regionale per dare alla &ldquo;macroregione adriatico-ionica&rdquo; una rilevanza europea, che altrimenti non avrebbe. Sono stati ratificati protocolli e finanziati progetti di fattibilit&agrave;, tutto a spese dei contribuenti italiani, ma gli esecutivi serbi che si sono succeduti in questi anni non hanno approvato leggi adeguate, n&eacute; hanno rilasciato i permessi e le autorizzazioni necessarie per on far scadere le concessioni per studi e ricerche.

L&rsquo;incoerenza della classe politica serba trova la sua pi&ugrave; alta espressione nel Ministro dell&rsquo;Energia Mihajlovic che, prima di entrare nel Governo, descriveva la Seci Energia come una &ldquo;piccola impresa che non poteva competere con la grande EPS statale&rdquo;. Nelle vesti di &lsquo;istituzione competente&rsquo;, la Mihajlovic ha placidamente smentito, affermando che sul progetto energetico italiano &ldquo;non vi &egrave; nessun ostacolo da parte della Serbia&rdquo; e &ldquo;nessun problema con la Bosnia&rdquo;.

Uno scivolone che ricorda la miope valutazione fatta in prima lettura sull&rsquo;impianto fotovoltaico Securum &ndash; ottimistica nell&rsquo;<a href="http://osservatorioitaliano.org/read/107057"><strong>intervista rilasciata all&rsquo;Osservatorio Italiano</strong></a>, nonostante le nostre riserve &ndash; poi divenuta distruttiva, che per molti &egrave; diventata la &lsquo;truffa del secolo&rsquo; (vedi <strong><a href="http://osservatorioitaliano.org/read/113418">Parco solare di Securum: per la Serbia &egrave; la &#39;frode del secolo&#39;</a></strong>).

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<strong><a href="http://balcani.tv/video.php?id=96225">VIDEO: Zorana Mihajlovic su contratto energetico con l&#39;Italia</a></strong>

<a href="http://balcani.tv/video.php?id=96225" style="text-align: justify;"></a>

<em>Dichiarazione di Zorana Mihajlovic, allora membro del comitato economico dell&#39;SNS e attuale Ministro dell&#39;Energia della Serbia, con la quale critica il Governo serbo dei DS per l&#39;accordo energetico sottoscritto con l&#39;Italia e Seci-Energia</em>

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In nome della coerenza, il leader di opposizione della RS Mladen Bosic (SDS) ha definito la Maccaferri &ldquo;un&rsquo;azienda che produce maccheroni&rdquo;, nonostante l&rsquo;impegno profuso dai faccendieri italiani per presentare bene la &ldquo;societ&agrave; campione&rdquo; dell&rsquo;esecuzione della Drina Media (Srednja Drina). L&rsquo;importanza e la strategicit&agrave; della questione era tale che l&rsquo;Italia non avrebbe dovuto perdere tre anni di lavoro, investendo tutto sul &lsquo;cavallo vincente Milorad Dodik&rsquo;, che ha ripetuto con testardaggine che grazie alle &lsquo;speciali ed eccezionali&rsquo; relazioni con l&rsquo;allora Presidente Tadic, era possibile escludere lo Stato della Bosnia dalle trattative.

Per conquistare il favore dei serbi, &egrave; stato addirittura fissato un fugace incontro a Roma con Berlusconi, per fare una foto da far vedere ai colleghi, e una cena con Frattini a Sarajevo. Da l&igrave; &egrave; partito il tormentone del &lsquo;nema problema&rsquo;, nessun problema all&rsquo;orizzonte: l&rsquo;accordo c&rsquo;&egrave;, l&rsquo;accordo &egrave; stato fatto.

<br /> Due anni pi&ugrave; tardi, svegliati dal torpore delle diverse informazioni giunte da Bruxelles, i Ministri bosniaci fanno un passo indietro e chiedono la partecipazione formale della Bosnia, non avendo mai ricevuto dal Governo italiano una comunicazione ufficiale, se non attraverso superficiali colloqui con l&rsquo;ambasciatore. Anche perch&eacute; la Commissione Europea, per lo sblocco dei fondi, chiede un impegno istituzionale della Bosnia, che si traduca della garanzia statale dell&rsquo;implementazione, quindi non una banale &lsquo;lettera di consenso&rsquo;.

A farsi portavoce delle ragioni dello Stato bosniaco &egrave; addirittura un serbo, o meglio uno storico membro dell&rsquo;SDS (partito fondatore della Republika Srpska) Mirko Sarovic, che alle pressioni di Dodik di rilasciare il nulla osta, risponde che la richiesta, cos&igrave; come formulata, non pu&ograve; accettata e n&eacute; viene capita da chi dovrebbe firmare.

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Vistosi messo alle strette all&rsquo;interno, e non ricevendo nessun segnale di sostegno dalla Serbia di Nikolic e Vucic, Dodik decide di scatenare una crisi di Governo, per dimostrare ai suoi interlocutori di essere &ldquo;un politico che conta&rdquo;. Non avendo i voti per portare fino in fondo la mozione di sfiducia, lancia sui media la teoria del complotto e cerca di convincere i bosniaci che l&rsquo;ostacolo alla realizzazione di un grande progetto per il Paese &egrave; proprio Sarovic.

Ricominciano anche i viaggi tra Belgrado e Banja Luka, chiedendo cos&igrave; alla Serbia di prendere in mano la situazione per superare l&rsquo;impasse interna. Il risultato &egrave; una incredibile storia in stile &ldquo;balkanski spiun&rdquo; che, tra doppiogiochisti e traditori, potrebbe isolare maggiormente Dodik.

Rompe infatti tutte le alleanze fatte con l&rsquo;SDS a livello centrale e in ogni singolo comune, e nomina Zlatko Lagumdzija in suo nuovo partner politico, rinnegando la stessa propaganda di partito: smette di essere nazionalista serbo, e diventa portatore della bandiera bosniaca.

Il grande bluff potrebbe anche funzionare, perch&eacute; comunque Lagumdzija ha detto di s&igrave; a tutti. Gli italiani potrebbero quindi avere la &lsquo;carta firmata&rsquo; che chiede Bruxelles per sbloccare i fondi, ma con ogni probabilit&agrave; il progetto non vedr&agrave; mai la luce.

Mancano al momento tutti i presupposti tecnici e legislativi, tra cui una societ&agrave; operativa per la gestione delle trasmissione elettriche e una legge per la liberalizzazione del mercato energetico. Non bisogna poi sottovalutare il dissenso dei comuni e delle autorit&agrave; locali, che avendo un controllo del territorio maggiore rispetto al governo centrale, potrebbero scatenare le associazioni civili e le ONG, sino a trovare una rara specie di alga, che cresce solo sulle rive della Drina.

<br /> Resta un ultimo interrogativo, ossia se gli illustri funzionari italiani hanno spiegato bene che i fondi arrivano dall&rsquo;UE, e se i colleghi balcanici hanno davvero capito che non esiste un business milionario. Infatti, solo pochi giorni fa si &egrave; tenuto un&rsquo;accesa riunione a Bruxelles, durante la quale Fule ha promesso sanzioni per la Bosnia con toni minacciosi, nonostante l&rsquo;accordo era stato propagandato come gi&agrave; raggiunto.

Il risultato &egrave; stato che, al ritorno, la maggior parte dei presenti non aveva ben capito che tipo di riforma dovevano accettare per avere i fondi IPA, mentre lo stesso Lagumdzija si &egrave; detto d&rsquo;accordo sul principio, ma non sulle carte. Per cui, auguriamo alla Maccaferri di portare a termine questo grande progetto, ed in tal caso il suo presidente sar&agrave; proposto come segretario generale ONU per aver &ldquo;messo d&rsquo;accordo i bosniaci&rdquo;.

Nella pi&ugrave; pessimistica delle ipotesi, potremmo rimetterci nelle mani delle veggenti di Medjugorje, che forse qualche dritta ce la possono anche dare. &nbsp;

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